La maggioranza tace, per ora
Con Erdogan fuori dalla Turchia, ci prova Gül a domare la ribellione
Da sette giorni migliaia di giovani turchi affrontano squadre numerose di poliziotti nelle piazze del paese. Ieri un giovane è morto mentre occupava una superstrada con alcuni compagni: un taxi è piombato sul gruppo a tutta velocità, altri quattro ragazzi sono feriti. Ma s’indaga su una fine ancora più drammatica, quella di Ethem Sarisuluk, che è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa. Le foto del suo corpo a terra con la camicia a quadri e un paio di guanti da lavoro sono su molti siti d’informazione, anche la Cnn ha trasmesso un filmato in cui si vede Sarisuluk che crolla dopo uno sparo.
8 AGO 20

Da sette giorni migliaia di giovani turchi affrontano squadre numerose di poliziotti nelle piazze del paese. Ieri un giovane è morto mentre occupava una superstrada con alcuni compagni: un taxi è piombato sul gruppo a tutta velocità, altri quattro ragazzi sono feriti. Ma s’indaga su una fine ancora più drammatica, quella di Ethem Sarisuluk, che è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa. Le foto del suo corpo a terra con la camicia a quadri e un paio di guanti da lavoro sono su molti siti d’informazione, anche la Cnn ha trasmesso un filmato in cui si vede Sarisuluk che crolla dopo uno sparo. La protesta era cominciata a Taksim, nel centro di Istanbul, e poi s’è allargata rapidamente: prima ha raggiunto la capitale Ankara, poi città popolose come Smirne e Antalya, che si trova al confine siriano, in questo momento sono coinvolti circa sessanta centri. Le forze di sicurezza usano gas lacrimogeni per disperdere la folla, si sono viste barricate e ragazzi malmenati, oltre 1.700 persone sono state arrestate – e in gran parte rilasciate.
Queste immagini alzano la pressione sul premier turco, Recep Tayyip Erdogan, e sul partito Akp (Adalet ve Kalkinma Partisi, o Partito della giustizia e dello sviluppo), che domina la politica nazionale da oltre dieci anni. Ufficialmente la protesta è cominciata contro i lavori al parco Gezi, accanto a Taksim, dov’è in cantiere un centro commerciale. Ma questa non è che la scintilla delle manifestazioni: nelle piazze c’è una piccola rivolta contro Erdogan, contro il suo stile di potere, contro le riforme che stanno cambiando nel profondo la Turchia. Nella notte, a Smirne, sono state lanciate bombe molotov contro gli uffici dell’Akp. “Sta accadendo qualcosa di incredibile e di onorevole – dice al Foglio Gulsah, una manifestante di trent’anni – La gente è in strada per dire basta agli attacchi contro le nostre libertà e le nostre abitudini”.
Queste immagini alzano la pressione sul premier turco, Recep Tayyip Erdogan, e sul partito Akp (Adalet ve Kalkinma Partisi, o Partito della giustizia e dello sviluppo), che domina la politica nazionale da oltre dieci anni. Ufficialmente la protesta è cominciata contro i lavori al parco Gezi, accanto a Taksim, dov’è in cantiere un centro commerciale. Ma questa non è che la scintilla delle manifestazioni: nelle piazze c’è una piccola rivolta contro Erdogan, contro il suo stile di potere, contro le riforme che stanno cambiando nel profondo la Turchia. Nella notte, a Smirne, sono state lanciate bombe molotov contro gli uffici dell’Akp. “Sta accadendo qualcosa di incredibile e di onorevole – dice al Foglio Gulsah, una manifestante di trent’anni – La gente è in strada per dire basta agli attacchi contro le nostre libertà e le nostre abitudini”.
Le tv turche hanno preso tempo prima di inviare i loro reporter sul campo (domenica la Cnn turca trasmetteva un documentario sui pinguini mentre quella internazionale aveva le immagini di piazza Taksim) ma su Twitter si trovano migliaia di messaggi e fotografie, si vedono poliziotti con le divise leggere che usano gli idranti, ci sono cartucce di lacrimogeni e ragazze che resistono alle cariche. Questo tipo di violenza è ricorrente in Turchia, soprattutto in occasione di alcuni avvenimenti sportivi, ma non è certo buona pubblicità per il governo e per i poliziotti, che sembrano piuttosto impreparati. Così Taksim è entrata a far parte di un grande cartello dell’indignazione che comprende fatti e circostanze lontane fra loro come la guerra in Siria, il processo contro Assange, Zuccotti Park e via dicendo. Ieri persino il Corriere della Sera, in una intervista con Francesco Giavazzi, ha paragonato Erdogan “a un autocrate come Putin” (senza considerare il fatto che Putin ha vinto due elezioni presidenziali in Russia). Erdogan non è un piccolo dittatore del medio oriente, è un leader duro ma democratico, ha portato in Turchia tassi di sviluppo notevoli, ha costruito un modello politico che serve come punto di riferimento per molti paesi della regione. Nella sua scalata al potere ha ridotto l’influenza delle vecchie élite kemaliste, ora ha a che fare con un’opposizione nuova e giovane, ma il sostegno di cui gode è alto.
“E se scendono in piazza i miei?”
Ieri al parco Gezi c’erano decine di migliaia di giovani, la protesta non ha ancora un seguito immenso e la crisi può rientrare. Molto dipenderà proprio dall’atteggiamento di Erdogan, che ha rilasciato dichiarazioni discutibili nei confronti delle piazze (“ho chiesto all’intelligence di indagare, c’è un piano dall’estero”). Nel fine settimana ha detto che il vero problema del governo non è arginare i manifestanti, ma impedire a quelli del suo partito di scendere in strada per affrontare i rivali, il che è suonato come una minaccia. Come se non bastasse, ha attribuito la colpa di questa rivolta a Twitter. Ieri Erdogan è partito per una visita ufficiale in programma da tempo, e il viaggio arriva al momento giusto. Senza il premier nei paraggi, il presidente della Repubblica può trovare un punto di contatto fra il governo e i manifestanti: Abdullah Gül, proprio come Erdogan, appartiene all’Akp e ha seguito un percorso politico molto simile a quello del primo ministro, ma è decisamente più moderato sul piano personale. Anche la first lady Hayrunnisa, la donna con il velo che compare sempre al fianco di Gül nelle uscite pubbliche, ha speso parole di conciliazione negli ultimi giorni. Erdogan è atterrato ieri in Marocco, nelle prossime ore farà tappa in Tunisia e in Algeria, e molti ad Ankara sperano che non dica nulla di avventato durante il suo viaggio.
“E se scendono in piazza i miei?”
Ieri al parco Gezi c’erano decine di migliaia di giovani, la protesta non ha ancora un seguito immenso e la crisi può rientrare. Molto dipenderà proprio dall’atteggiamento di Erdogan, che ha rilasciato dichiarazioni discutibili nei confronti delle piazze (“ho chiesto all’intelligence di indagare, c’è un piano dall’estero”). Nel fine settimana ha detto che il vero problema del governo non è arginare i manifestanti, ma impedire a quelli del suo partito di scendere in strada per affrontare i rivali, il che è suonato come una minaccia. Come se non bastasse, ha attribuito la colpa di questa rivolta a Twitter. Ieri Erdogan è partito per una visita ufficiale in programma da tempo, e il viaggio arriva al momento giusto. Senza il premier nei paraggi, il presidente della Repubblica può trovare un punto di contatto fra il governo e i manifestanti: Abdullah Gül, proprio come Erdogan, appartiene all’Akp e ha seguito un percorso politico molto simile a quello del primo ministro, ma è decisamente più moderato sul piano personale. Anche la first lady Hayrunnisa, la donna con il velo che compare sempre al fianco di Gül nelle uscite pubbliche, ha speso parole di conciliazione negli ultimi giorni. Erdogan è atterrato ieri in Marocco, nelle prossime ore farà tappa in Tunisia e in Algeria, e molti ad Ankara sperano che non dica nulla di avventato durante il suo viaggio.